Programma

Ludwig van Beethoven
(1770-1827)
Trio in si bemolle maggiore opera 11 (1798)
Allegro con brio
Adagio
Nove variazioni sul tema “Pria ch’io l’impegno”: Allegretto – Allegro

Franz Schubert
(1797 – 1828)
Notturno in mi bemolle maggiore D. 897 (1827)
Adagio

* * * *

Franz Schubert
Trio in si bemolle maggiore opera 99 (1827)
Allegro moderato
Andante un poco mosso
Scherzo: Allegro, trio, Allegro
Rondò: Allegro vivace - Presto
 

SchuberTrio
Giulio Giurato, pianoforte
Roberto Noferini, violino
Andrea Noferini, violoncello


 


Il Trio in Si bemolle maggiore opera 11 di Ludwig van Beethoven fu composto e pubblicato nel 1798, quando Schubert era appena nato. Scritto originariamente per clarinetto (oppure violino), violoncello e pianoforte, racconta di un periodo pieno di impeto giovanile e speranze per il futuro, anche se i primi sintomi della sordità si erano già manifestati due anni prima, quando, al termine di un concerto, lo scroscio trionfale degli applausi (Beethoven era considerato forse il miglior improvvisatore al pianoforte di tutta Vienna) non era cessato nelle sue orecchie per molto tempo.
Il primo movimento (Allegro con brio) si apre con un inciso molto dinamico e da una breve riflessione conseguente, prima di partire con altre idee piene di brio che naturalmente risentono ancora dell’influenza dei suoi maestri reali (Haydn) ed ideali (Mozart, Clementi); ma tutto il movimento è già pieno della personalità beethoveniana, con diversi contrasti e improvvisi cambi d’umore.
Il bellissimo secondo tempo (Adagio) ci porta in un’atmosfera idilliaca, sognante; il breve rannuvolamento dell’episodio centrale in tonalità minore non offusca, anzi rafforza questa sensazione estatica, e comunica con intensità l’enorme quantità di affetto di Beethoven. Amore per le cose, la natura e gli uomini che sette anni più tardi confermerà lui stesso di provare (lui che verrà accusato di misantropia) nella lettera al fratello mai spedita, nota come “Testamento di Heiligenstadt”, nella quale, dopo aver compreso che sarebbe rimasto nella sordità, la più mostruosa malattia che possa capitare ad un musicista, afferma di aver pensato persino al suicidio; ma che il sentimento dell’Essere, del Divino che è misteriosamente presente nel mondo, l’abbia convinto a voler lottare, ad “afferrare il Destino per la gola” e ad accettare la sfida che le drammatiche circostanze gli avevano imposto.
L’anno precedente (1797) andò in scena a Vienna l’opera “L’amor marinaro” dell’allora conosciuto Joseph Weigl. Sull’impressione di  una canzonetta orecchiabile e musicalmente banale, “Pria ch’io l’impegno”, il ventottenne Ludwig scrisse come movimento conclusivo del trio (Allegretto/Allegro) una serie di nove variazioni molto fantasiose e di effetto, dimostrando una padronanza dei mezzi musicali invidiabile per un compositore giunto solo alla sua undicesima pubblicazione.

Totalmente diversa fu invece la vita di Franz Schubert, e si può veramente riassumere in poche date. 1797: nasce a Vienna, penultimo di quattordici figli; 1808: diviene “ragazzo cantore” nella Cappella di Corte nel cui collegio sarà educato alla musica dal maestro Salieri; 1814: viene assunto nella scuola del padre per insegnare a leggere, scrivere e far di conto agli alunni della prima elementare (in seguito al fallimento di questa esperienza deciderà di dedicarsi totalmente alla musica senza accettare più incarichi stabili); nel 1828, a soli trentun anni, la morte per tifo, un anno dopo aver portato la bara di Beethoven, il gigante alla cui ombra si è espresso ed ha vissuto suo concittadino a Vienna.
Nota acutamente il compositore Pier Paolo Bellini: “Sorge immediatamente una domanda: come può un’esistenza così avara di esperienze straordinarie generare una sensibilità totalmente tesa a comunicare solo ciò che, al contrario, è straordinario? Esistono due ragioni…: la prima è l’inesauribile ed inestirpabile sete di assoluto, quell’anelito di completezza definitiva e perfetta, che Schubert difese sempre come la cosa più preziosa…; la seconda è l’avvicendarsi, quasi provvidenziale, di ambiti (fisici e spirituali) in cui quell’anelito venisse protetto, senza essere soffocato dall’incomprensione generale; ambiti in cui la sua arte (spesso pubblicamente bistrattata) potesse sgorgare senza ridursi a grido disperato”.
I trii per pianoforte e archi sono tra le opere che meglio esprimono tutto il genio di Schubert, dove la piena maturità della sua arte raggiunge le vette anelate di una perfezione pressoché totale.
Nell’Adagio in mi bemolle maggiore, detto “Notturno”, scritto nel 1827 come i due grandi trii opera 99 e opera 100, la prima idea è una meditazione calma ma appassionata, quasi da…ubriaco, col suo strano ritmo condotto dagli archi e ripreso dal pianoforte; la seconda idea, un tema decisamente eroico esposto con potenza, col pianoforte che accompagna con arpeggi luminosi questa nuova idea, è in mi maggiore (con uno dei suoi procedimenti compositivi preferiti, Schubert tenta metaforicamente di elevarsi dalla condizione precedente con la salita di mezzo tono della tonalità). Tutto il brano, che alterna un’altra volta i due soggetti variati, si conclude con un lento arpeggio ascendente, quasi un anelito alle più alte vette della Bellezza.
“Notturno” è un titolo che non diede l’autore; Schubert mise questa magnifica composizione in un cassetto (dove rimase per vent’anni dopo la sua morte) col titolo di Adagio, perché molto probabilmente era la prima idea di movimento lento per il grande Trio in si bemolle maggiore opera 99, proposto nella seconda parte del programma.
Il primo movimento (Allegro moderato) ci rapisce subito e ci porta in un cammino molto dinamico, ricco di idee, delle loro variazioni e dei loro sviluppi, e di spumeggiante varietà ritmica; le frasi sono memorabili, di ampio respiro, e capiamo fin dall’esposizione dei temi che si tratterà di un’altra delle “divine lunghezze” descritte con enfasi dall’ammiratore Robert Schumann, a cui dobbiamo anche un pensiero che sintetizza perfettamente quest’opera: “Uno sguardo al Trio opera 99 di Schubert e le penose cure umane scompaiono per lasciare che il mondo torni a brillare in tutta la sua freschezza…”. La scelta successiva allo scartato “Notturno” come secondo movimento fu la felicissima idea dell’Andante un poco mosso, detto anche  “Wiegenlied” (ninna-nanna): è raro trovare in tutta la storia della musica un brano più bello di questo. In un ritmo cullante di 6/8, nella calda tonalità di mi bemolle maggiore, il compositore ci conduce per mano alle soglie del Paradiso, quasi fosse l’aspirazione commovente a tornare nel grembo dell’Essere che ci ha generati. L’Andante è in forma ternaria, con una parte centrale più “terrena” a far da contrasto, una specie di appassionata serenata notturna dove si intuiscono canti a due, chitarre e mandolini.
Dopo l’incisivo e sinfonico Scherzo, inframmezzato da un delicato valzer viennese, proposto come se fosse rimembrato lontano nel tempo, arriviamo al movimento conclusivo,  il Rondò (Allegro vivace).
L’idea principale, esposta senza preamboli dal violino, ci conduce ben presto ad un lungo cammino molto dinamico, ricco di episodi (bellissimi quelli in ritmo di danza popolare) che si alternano. Le molteplici tensioni accumulate nel cammino dei quattro movimenti è come se giungessero inesorabilmente al Presto finale, dove tutto si compie nella rapidità del tempo, nell’evocazione orchestrale, nel festoso rincorrersi delle parti, sino alla potenza degli accordi conclusivi, che giungono come il sigillo finale su una storia piena di positività.

 testo di Giulio Giurato
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